Nuovi stili di vita, ricerca di autenticità e digitalizzazione stanno ridefinendo la domanda di turismo enogastronomico.
Profili di domanda, motivazioni e nuove modalità di fruizione: come cambia il turista contemporaneo.
Il turismo enogastronomico si conferma una delle componenti più dinamiche e trasversali dell’economia turistica italiana. Tuttavia, nel 2025, il settore si trova al centro di un cambiamento profondo e strutturale: non più lineare, ma sistemico, determinato dalla convergenza tra evoluzioni tecnologiche, nuovi modelli di consumo e ricerca di autenticità.
Si ridisegnano così le motivazioni di viaggio, le modalità di fruizione e il rapporto tra domanda, offerta e territori: il turista contemporaneo non cerca soltanto prodotti, ma significati, e tende a privilegiare esperienze capaci di coniugare ritorno alle origini e innovazione digitale, tradizione e contemporaneità, semplicità e valore.
Queste motivazioni delineano un panorama turistico sempre più sfaccettato, in cui l’esperienza enogastronomica diventa espressione della personalità e dello stile di vita di chi viaggia. La maggior parte dei visitatori internazionali rientra tra i Ricercatori (73–77%), attratti dal desiderio di scoprire nuove esperienze, conoscere le comunità locali e immergersi nella cultura della destinazione. Accanto a loro emergono i Festaioli (45–49%) e gli Intellettuali (20–34%), che associano il cibo rispettivamente al piacere della socialità e alla crescita culturale. Più contenute, ma comunque significative, le quote dei Figli dei Fiori (17–25%), orientati al benessere psicofisico e alla natura, e degli Edonisti (11–36%), che vivono l’enogastronomia come esperienza di lusso, gusto e raffinatezza.
Questa varietà di profili trova riscontro anche nei comportamenti di viaggio. Negli ultimi tre anni, la partecipazione ad esperienze enogastronomiche è risultata elevata in tutti i mercati considerati, a conferma della centralità del cibo e del vino nell’esperienza turistica. Le esperienze culinarie restano le più diffuse (56%–96%), seguite dalle visite ai luoghi di produzione (48–76%) e dalle attività pratiche come come cooking class, vendemmia turistica e raccolta delle olive (43–64%). Francesi, svizzeri ed austriaci mostrano la maggiore propensione a vivere l’enogastronomia a 360 gradi, mentre i tedeschi si distinguono per una partecipazione più contenuta.
Quando la meta è l’Italia, la partecipazione resta alta, con una netta preferenza per le esperienze culinarie (56–94%) e le visite alle realtà produttive (39-58%), seppur con livelli più bassi tra statunitensi e britannici.
Proprio questi due mercati rivelano però il più ampio margine di crescita: l’interesse a svolgere esperienze a tema cibo e vino supera di oltre venti punti la partecipazione effettiva, segnalando un potenziale ancora inespresso. L’attenzione futura si concentra in particolare sulle esperienze nei luoghi di produzione e a carattere attivo e sostenibile, espressione di una domanda sempre più orientata verso proposte autentiche, immersive e accessibili. Analizzando i dati di Google Trend appaiono in rialzo le ricerche relative ai wine tour, dimostrando che la voglia di vivere esperienze tra i vigneti non cala anche se il consumo di vino ha un momento di difficoltà.

RITORNO ALL’ESSENZIALE
Autenticità e ritorno all’essenziale: prosegue la ricerca di autenticità, intesa come desiderio di esperienze essenziali, naturali e genuine, che restituiscano concretezza e senso.
Da una parte nostalgia del passato, ma in primis di una nuova forma di consapevolezza: il turista vuole comprendere l’origine di ciò che consuma, conoscere chi produce e partecipare ai gesti della trasformazione.
La maggior parte dei turisti stranieri associa oggi l’autenticità alla località e tipicità degli ingredienti (55–62%), ma non solo. Per molti, infatti, l’esperienza diventa autentica quando c’è un contatto diretto con le persone e i produttori (22–36%), capaci di raccontare ciò che si nasconde dietro un prodotto, o quando si è immersi in paesaggi rurali intatti e coerenti con la propria vocazione agricola (20–34%). Nel mondo anglosassone, in particolare, l’autenticità passa anche attraverso la partecipazione attiva – corsi di cucina, vendemmie o attività condivise – che consentono di entrare davvero nella vita locale.
Questa ricerca di autenticità si traduce in un doppio movimento, che guarda contemporaneamente al passato e al futuro: da una parte il recupero delle tradizioni – intese ritorno ai saperi agricoli, alle tecniche manuali e alla convivialità e dall’altra la rinaturalizzazione attraverso la tecnologia – cioè un uso dell’innovazione come strumento al servizio della relazione umana, non come mediazione invasiva.
Le esperienze “senza filtri”, come le degustazioni all’aperto, le cene a fuoco vivo o la raccolta diretta dei prodotti, diventano pratiche identitarie che rinunciano alla spettacolarizzazione e privilegiano la partecipazione attiva. In parallelo, la tecnologia evolve verso una dimensione “umanizzata”: assistenti digitali che dialogano come persone, piattaforme che raccontano il territorio in modo conversazionale, realtà aumentata che non sostituisce ma accompagna l’esperienza fisica. L’autenticità, oggi, è dunque una costruzione condivisa: nasce dall’incontro tra il visitatore e la comunità ospitante, e rappresenta una leva strategica di differenziazione per le destinazioni italiane.
REFUGIUM LUNZ – L’OSPITALITÀ COME RITORNO ALLA NATURA – Austria
Nel cuore delle Alpi austriache, il Refugium Lunz è un boutique hotel concepito come rifugio sensoriale, dove il lusso coincide con l’essenzialità. Realizzato in legno locale e pietra naturale, l’edificio si integra armoniosamente nel paesaggio, riducendo l’impatto ambientale e valorizzando i materiali del territorio.
La struttura rinuncia consapevolmente a TV e connessioni digitali diffuse per restituire agli ospiti il ritmo della natura: silenzio, profumi e suoni del bosco diventano parte integrante dell’esperienza. Il ristorante propone una cucina ispirata alle tecniche ancestrali — fermentazione, affumicatura, cottura al fuoco vivo — utilizzando ingredienti provenienti da un raggio massimo di 15 chilometri, in collaborazione con piccoli produttori locali.
Perché conta
Rappresenta un modello di ospitalità rigenerativa, dove l’esperienza turistica è anche un percorso di riconnessione ambientale e sensoriale. Il progetto dimostra come l’architettura, la gastronomia e la gestione possano convergere verso una forma di benessere lento e consapevole, in cui il territorio diventa protagonista e non semplice cornice.
Suggestioni per l’Italia
Incentivare modelli di ospitalità sostenibile che privilegino materiali locali, energie rinnovabili e relazioni con le comunità produttive; Promuovere il turismo “low digital impact” in aree montane e rurali per valorizzare il silenzio, il paesaggio e le tradizioni artigianali.
SECRET SUPPER SOCIETY L’ESPERIENZA DELL’IMPREVISTO – Norvegia
La Secret Supper Society è un progetto ideato in collaborazione tra Visit Norway, Gastronomy Norway Foundation (Bocuse d’Or Norge) e alcuni tra i più rinomati chef scandinavi — Sven Erik Renaa, Heidi Bjerkan e Jimmy Øyen. L’esperienza si fonda sul mistero e sulla connessione con la natura: gli ospiti ricevono solo la data e le coordinate GPS poche ore prima dell’evento, senza conoscere menu né luogo.
Ogni cena si svolge in ambienti spettacolari e inaspettati — una grotta vulcanica, una baita abbandonata o una spiaggia lavica — e il menu è costruito con ingredienti raccolti localmente lo stesso giorno, riflettendo il paesaggio e le stagioni nordiche. L’obiettivo è restituire al cibo e al viaggio la dimensione dell’imprevisto e dell’autenticità, dove la sorpresa diventa parte integrante del gusto.
Perché conta
Il format unisce alta cucina, natura e storytelling esperienziale, superando il concetto tradizionale di ristorante e creando un rituale collettivo di scoperta. La Secret Supper Society valorizza la gastronomia come esperienza immersiva e territoriale, in cui il contesto naturale e la relazione tra persone contano quanto il piatto. È anche un esempio di co-marketing turistico avanzato, nato da un’alleanza tra enti pubblici e privati per posizionare la Scandinavia come destinazione di turismo enogastronomico d’avventura.
Suggestioni per l’Italia
Coinvolgere enti turistici, consorzi e produttori locali in progetti di co-branding capaci di promuovere destinazioni meno note attraverso eventi immersivi; Sperimentare cene itineranti a segrete in luoghi simbolici per valorizzare la relazione tra paesaggio e identità culinaria.

INTIMITÀ GASTRONOMICA
All’interno di questa trasformazione emerge un nuovo bisogno: l’intimità e la discrezione. In un mondo iperconnesso e costantemente esposto, la vera esclusività risiede nella possibilità di scegliere cosa condividere e con chi. La dimensione del lusso si sposta dalla visibilità alla cura silenziosa, dall’ostentazione alla qualità del tempo e dello spazio. Nel turismo enogastronomico, questo si traduce in ospitalità più riservata e relazionale: piccoli gruppi, degustazioni private, spazi intimi in cui l’esperienza diventa personale. Le imprese che sanno garantire privacy, ascolto e personalizzazione – dalle cantine boutique ai ristoranti diffusi – acquisiscono un vantaggio competitivo crescente. La comunicazione deve adattarsi di conseguenza: meno enfasi sull’immagine, più attenzione ai valori di discrezione, benessere, accoglienza empatica. L’ospitalità evolve così verso modelli di “intimità esperienziale”, capaci di creare legami profondi e duraturi con il visitatore.
COMUNITÀ DEL GUSTO
Accanto al bisogno di intimità cresce la necessità di appartenenza. Le persone non cercano più solo esperienze, ma comunità di senso, gruppi che condividano la stessa energia e visione del mondo. Nel turismo enogastronomico questo si traduce nella nascita di micro-comunità tematiche – wine club autentici, gruppi di “slow eaters”, comunità della sostenibilità – che trasformano il viaggio in un’esperienza relazionale e identitaria. L’enogastronomia diventa così un collante sociale capace di generare senso di luogo e di contribuire alla coesione territoriale. Le esperienze devono essere progettate non solo come momenti di fruizione, ma come spazi di appartenenza temporanea, dove il turista diventa parte di una rete più ampia di valori e relazioni. La ricerca condotta evidenzia un’evoluzione della domanda in questa direzione: i turisti si segmentano sempre meno per età o reddito, e sempre più per stili di vita, interessi, e atteggiamenti verso la sostenibilità e la convivialità.
GUSTO LONGEVO
L’enogastronomia si connette sempre più al turismo del benessere e della longevità, intercettando il desiderio di salute, equilibrio e stili di vita sostenibili. Si afferma una nuova generazione di esperienze rigenerative, che combinano alimentazione consapevole, contatto con la natura e socialità.
La “Blue Zone” italiana (Sardegna), esempio emblematico di longevità, offre un modello replicabile per costruire prodotti turistici orientati alla salute e alla convivialità. Cammini del gusto, menù della longevità, percorsi educativi su dieta mediterranea e alimentazione sostenibile diventano strumenti per valorizzare le identità territoriali e promuovere un turismo a impatto positivo sulla salute individuale e sul benessere collettivo. L’esperienza gastronomica evolve così da semplice piacere a componente di benessere psico-fisico, con una crescente integrazione tra offerta ristorativa, ospitalità e pratiche di wellness.
La ricerca di quest’anno conferma l’emergere di nuove segmentazioni della domanda turistica, sempre meno basate su variabili socio-demografiche e sempre più orientate a valori, stili di vita e motivazioni esperienziali.
Sul piano dei flussi, il turismo domestico mantiene nel breve periodo una sostanziale stabilità, ma l’analisi storica evidenzia una progressiva riduzione del numero di italiani che si concedono vacanze. Dal 2008 a oggi, la variazione dei pernottamenti è stata pressoché nulla (+0,2%) (elaborazione su dati Istat); allo stesso tempo, si è ridotta la quota di persone che rinunciano alle vacanze esclusivamente per motivi economici, mentre crescono le motivazioni legate al lavoro, allo studio e, in misura minore, agli impegni familiari (DMI, 2025).
Al contrario, il turismo internazionale continua a espandersi, pur restando esposto alla volatilità delle valute e alle incertezze geopolitiche. Dal 2008 i pernottamenti stranieri in Italia sono aumentati del 57%, un ritmo molto più sostenuto rispetto alla domanda interna (elaborazione su dati Istat). Tuttavia, nel confronto con il contesto europeo, l’Italia mostra una crescita più contenuta rispetto alla Spagna (+19,9% di arrivi nel 2025 sul 2019, contro il +7,6% italiano) e solo leggermente superiore alla Francia (+5,9%) (European Travel Commission, 2025b). Sul fronte della spesa, il divario è ancora più evidente. Nel 2024 la spesa complessiva dei turisti internazionali in Europa ha superato i livelli pre-pandemia di oltre 110 miliardi di euro, ma la crescita italiana (+10%) resta inferiore a quella spagnola (+27%) e francese (+15%) (Pezzano, 2025).
Allo stesso tempo, l’espansione della classe media in Asia e in Africa apre nuove prospettive di mercato e ridefinisce gli equilibri globali della domanda turistica.
Il profilo del turista contemporaneo è oggi influenzato dagli effetti post-pandemici, che hanno introdotto maggiore volatilità e frammentazione nei comportamenti di viaggio. Le stagionalità si sono allungate, i flussi si distribuiscono su finestre temporali più ampie ma meno prevedibili, e i viaggiatori alternano soggiorni brevi e intensi a esperienze più lunghe e motivazionali.
Le prenotazioni last minute, la richiesta di massima flessibilità e la crescente attenzione al rapporto qualità-prezzo rendono necessario un monitoraggio continuo dei segnali deboli e una maggiore capacità di adattamento da parte delle destinazioni e degli operatori.
In questo contesto, cresce il segmento delle esperienze “mordi e fuggi”, composto da micro-attività di poche ore, facilmente prenotabili e caratterizzate da uno storytelling chiaro e da un alto valore esperienziale percepito. Parallelamente, il segmento premium mantiene performance solide, ma mostra esigenze nuove: livelli crescenti di personalizzazione, esclusività e autenticità, con formule che prevedono accessi limitati, percorsi dedicati e forme di ospitalità integrate con benessere e longevità. Si rafforza anche il turismo silver attivo, un pubblico con maggiore disponibilità economica e tempo libero, che privilegia esperienze orientate a wellness, natura e autenticità misurabile.
Anche il turismo d’affari mostra segnali di ripresa: dopo il crollo del 2020, il corporate travel è tornato a crescere e, secondo le previsioni, raggiungerà una spesa globale superiore ai 2.000 miliardi di dollari entro il 2029 (Global Business Travel Association e Visa, 2025). Si tratta di un mercato più selettivo e attento al ritorno sull’investimento (ROI), che privilegia esperienze di valore: eventi tematici, percorsi formativi, meeting aziendali e incentive integrati con attività legate al gusto, alla cultura e al territorio. La domanda esiste e l’offerta in ambito rurale ancora contenuta.
Mentre a livello europeo i dati mostrano il timore diffuso degli europei per il caldo eccessivo (il 75% dichiara di aver modificato le abitudini del viaggio a causa delle variazioni del clima) (European Travel Commission, 2025c) che ha già portato quest’anno dei flussi verso il Nord Europa, dai dati emerge che il legame tra la voglia di vivere esperienze enogastronomiche durante la vacanza al mare è alto (in media il 61%, con un picco tra i britannici).
Le scelte di mobilità rappresentano un indicatore importante del grado di sostenibilità dei comportamenti turistici. Secondo la European Travel Commission (2025d), l’11% dei viaggiatori europei prevede di utilizzare il treno per i propri spostamenti futuri: un dato ancora contenuto, ma in crescita, che riflette la ricerca di alternative più responsabili e a minore impatto ambientale, anche in funzione della destinazione scelta.
Nel turismo enogastronomico emerge una sensibilità simile, seppur con differenze tra i mercati. L’automobile privata resta il mezzo più utilizzato per raggiungere aziende agroalimentari e vitivinicole, soprattutto nei Paesi di prossimità (59–74%). Britannici e statunitensi mostrano invece una maggiore propensione a combinare mezzi privati (propri o a noleggio) e trasporti pubblici. Rimane più contenuto l’interesse verso la mobilità dolce, con l’uso della bicicletta che raggiunge i valori più alti tra i turisti dell’area germanofona e i francesi (13–19%).
CHEF’S TABLE: DALLA CUCINA-SPETTACOLO ALL’INTIMITÀ GASTRONOMICA – Italia
Negli ultimi anni, l’evoluzione dell’esperienza gastronomica sta spostando l’attenzione dalla spettacolarità alla ricerca di intimità e relazione diretta con chi cucina. In questo scenario, a livello globale, il format degli Chef’s Table: tavoli unici, per piccoli gruppi, dove il confine tra cucina e sala si dissolve e il pasto diventa un racconto condiviso.
Questa tendenza, consolidata in Giappone con la tradizione dell’Omakase – dove pochi ospiti siedono di fronte allo chef che prepara e serve direttamente il cibo, creando un momento di interazione personale e rituale – si sta diffondendo anche in Europa e in Italia, assumendo forme diverse ma un medesimo significato: ritrovare il valore dell’incontro umano.
In Italia, diversi ristoranti di alta cucina hanno reinterpretato il concetto di chef’s table ad esempio:
✓ Piazza Duomo (Alba) dove lo chef Enrico Crippa ha inaugurato una sala dedicata, per offrire esperienze immersive di dialogo tra ospite e chef, oltre al tavolo posizionato in cucina.
✓ Il Ristorante Berton (Milano), dello chef Andrea Berton, ha introdotto il tavolo “Carrozza”: all’interno della sala, per chi cerca una maggiore privacy, è disponibile un tavolo avvolto da una nicchia in legno. Il tavolo separa la sala dalla cucina con un vetro garzato, per un’esperienza in grado di emozionare l’ospite grazie alla visuale diretta sulla brigata.
✓ Nella pizzeria Pepe in Grani (Caiazzo), Franco Pepe ha creato una stanza dedicata, con un piccolo forno e una tavola per pochi coperti, dove racconta personalmente ogni pizza, unendo gesto artigianale e narrazione.
In parallelo, nascono strumenti digitali dedicati alla promozione di queste esperienze esclusive, come la piattaforma in lancio Table Xperience, che raccoglie e valorizza questi format in Italia e all’estero, rendendoli accessibili a un pubblico selezionato di viaggiatori del gusto.
Queste esperienze esprimono il desiderio crescente di una gastronomia più relazionale, in cui il valore dell’esperienza risiede nella prossimità, nella lentezza e nella possibilità di interagire con chi produce e crea.
È una trasformazione che riguarda non solo la ristorazione stellata, ma anche le realtà artigiane e territoriali che vogliono offrire esperienze più intime, personalizzate e narrative, reppresenta una nuova forma di ospitalità immersiva e conviviale, che supera la logica del servizio per trasformarsi in esperienza di comunità temporanea. È il ritorno all’essenza dell’enogastronomia come incontro: pochi posti, molti significati.
Impatto e potenzialità Queste iniziative apportano benefici ai diversi attori coinvolti nel mondo dell’enogastronomia.
✓ Per il turista/ospite: l’esperienza diventa appartenenza temporanea, non solo visita. Ciò aumenta la memorabilità e la fidelizzazione. ✓ Per il produttore/chef: apertura verso nuovi segmenti, valorizzazione del racconto del “dietro le quinte”, maggiore spesa media per ospite e posizionamento premium. ✓ Per i territori: possibilità di sviluppare micro-prodotto turistico in contesti minori, creare flussi fuori stagione, distribuire la spesa in piccoli nodi economici.
Questi format mostrano che la qualità relazionale e la comunità temporanea sono asset strategici per il turismo del futuro.
COMMUNITY E FOODIE-TRIBÙ: IL CIBO COME RETE SOCIALE E PARTECIPAZIONE – Stati Uniti
Negli Stati Uniti stanno emergendo sempre più numerose community tematiche del gusto, dove il cibo diventa al tempo stesso esperienza, identità e forma di appartenenza. Non più solo “visitare un ristorante”, ma “far parte di un gruppo che condivide valori, passioni e rituali intorno al cibo”.
La crescente ricerca di autenticità, partecipazione attiva e relazioni facilita la nascita di spazi esperienziali dove consumatori, produttori e community si intrecciano: orti urbani condivisi, laboratori di cucina tematici, pop-up dinners che mettono in connessione persone con interessi simili, co-working del gusto, eventi di “commensalità” su base volontaria. Un esempio è l’Indigenous Food Lab a Minneapolis, che sostiene le comunità native attraverso programmi di cucina, educazione alimentare e partecipazione collettiva.
Queste comunità operano su più fronti:
✓ creano eventi periodici (pop-up dinners, mercati, brunch tematici) dove partecipanti diventano attori, cucinano, condividono, raccontano. ✓ sviluppano luoghi fisici legati alla comunità (mercati, food halls, spazi di coworking gastronomici) che agiscono come hub relazionali più che come semplici punti di vendita. ✓ adottano narrazioni di senso: il cibo come veicolo di cultura, inclusione, tradizione, innovazione sociale. Ad esempio il progetto Babetown (New York City), pop-up dinner mensili per donne LGBTQ+ che diventano punto di incontro per comunità marginali attorno al cibo.
Perché conta
Questi modelli aiutano a creare legami di fiducia e appartenenza, rafforzando l’esperienza in modo partecipativo. ✓ Contribuiscono a trasferire valore nei territori meno visibili, generando micro-reti di turismo esperienziale focalizzate sul cibo e sulla comunità. ✓ Favoriscono l’engagement e la fidelizzazione del pubblico: non più solo consumatori passivi, ma membri di una community attiva che condivide momenti, valori e storie. ✓ Spingono la destinazione e l’offerta gastronomica verso un modello più “relazionale” che “transazionale”.
Suggestioni per l’Italia
Per l’Italia del turismo enogastronomico, questo esempio suggerisce di progettare esperienze che vadano al-di-là della degustazione e della visita: pensare a community tematiche (es. giovani “slow eaters”, gruppi di cucina artigianale, comunità di friend travellers del gusto) dove il viaggio diventa partecipazione attiva, condivisione, gruppo. Non solo “venite a degustare”, ma “diventate parte di una comunità“. Questo significa investire su: modellazione di format partecipativi, strutture che facilitino la relazione, comunicazione focalizzata su appartenenza, costruzione di narrative collettive. E potrebbe essere una leva importante per attirare nuovi segmenti, soprattutto le generazioni digitali e social-oriented.
COMUNITÀ DEL GUSTO: DAI GRUPPI DI ACQUISTO AI NUOVI WINE CLUB – Italia
GRUPPI DI ACQUISTO ALIMENTARE: LA COMUNITÀ COME SCELTA QUOTIDIANA
Negli ultimi anni, i gruppi di acquisto solidale (GAS) e le reti di acquisto collettivo del cibo hanno assunto un ruolo sempre più rilevante come spazi di socialità, sostenibilità e cultura alimentare condivisa.
Nati negli anni Duemila come risposta etica alla grande distribuzione, oggi si stanno trasformando in piattaforme di comunità, dove il cibo non è solo bene di consumo, ma strumento di relazione.
Attraverso le reti GAS, i cittadini si organizzano per acquistare insieme prodotti locali e stagionali, stabilendo un rapporto diretto e fiduciario con i produttori. In molte regioni italiane – Emilia-Romagna, Toscana, Lombardia – questi gruppi si sono evoluti in centri di educazione alimentare e micro-hub territoriali, integrando momenti di degustazione, visite aziendali e laboratori.
Queste esperienze rappresentano una forma di turismo di prossimità partecipativo, dove chi acquista diventa parte di una comunità del gusto, apprende il valore delle produzioni locali e sostiene l’economia di filiera corta.
Esempi virtuosi includono i network “GAS Firenze” e “ReteDes.it”, che hanno avviato progetti di tracciabilità digitale dei produttori e sistemi di consegna sostenibile. Il valore generato va oltre l’acquisto: si costruisce una cultura alimentare condivisa, fondata su relazioni umane e consapevolezza territoriale.
WINE CLUB: LA NUOVA SOCIALITÀ DEL VINO TRA ESCLUSIVITÀ E PARTECIPAZIONE
Parallelamente, sta emergendo una seconda forma di comunità relazionale: i wine club, piattaforme di abbonamento e appartenenza che uniscono esperienze fisiche e digitali. Ispirati al modello statunitense – dove da anni rappresentano un pilastro del marketing esperienziale del vino – in Italia stanno conoscendo una crescita significativa, trainata da cantine che hanno investito su relazione diretta e storytelling.
Il principio è semplice ma potente: creare una comunità di appassionati che riceve periodicamente vini selezionati, accede a eventi riservati, masterclass online, anteprime e visite personalizzate.
Cantine come Feudi di San Gregorio (Campania), Banfi (Toscana), Ceretto (Piemonte) e Umberto Cesari (Emilia-Romagna) hanno lanciato wine club digitali, integrati con e-commerce, contenuti esclusivi e programmi di fidelizzazione, dimostrando che anche in Italia questo modello può funzionare, se fondato su autenticità e valore relazionale.
L’aspetto innovativo risiede nella capacità di questi club di trasformare clienti in ambasciatori, generando micro-comunità del gusto che si incontrano online e offline, condividendo esperienze, viaggi e passioni.
Dal punto di vista turistico, i wine club rappresentano un ponte stabile tra la visita e il ritorno: il turista enogastronomico non è più un visitatore occasionale, ma un membro di una comunità che cresce nel tempo.
La sfida e l’opportunità stanno nell’integrare queste comunità relazionali all’interno delle strategie territoriali: ✓ i gruppi di acquisto possono diventare strumenti di promozione delle aree rurali e dei piccoli produttori; ✓ i wine club possono rafforzare la fidelizzazione turistica e generare flussi destagionalizzati.
Il turismo enogastronomico contemporaneo non sia più centrato solo sul viaggio, ma sulla relazione continuativa e condivisa; in cui il cibo diventa linguaggio, identità e legame sociale.
SARDEGNA BLUE ZONE: DALLA LONGEVITÀ ALLA PROPOSTA TURISTICA – Italia
L’Ogliastra–Barbagia, cuore montano della Sardegna orientale, è la prima “Blue Zone” identificata a livello mondiale: qui l’incidenza di centenari è tra le più alte al mondo, legata a dieta mediterranea, forte coesione sociale, attività fisica quotidiana e basso stress. Questi fattori—divenuti oggetto di studi internazionali—hanno alimentato un immaginario distintivo e, sempre più spesso, vengono tradotti in prodotti turistici esperienziali centrati su benessere, comunità e cicli lenti della vita rurale.
Buone pratiche già avviate (turismo della longevità)
- “Percorso dei Centenari” – Seulo (Barbagia di Seulo). Il comune di Seulo—noto per l’eccezionale concentrazione di ultranoventenni e centenari—ha promosso un Percorso dei Centenari, un itinerario urbano/rurale che racconta biografie e luoghi simbolo della longevità locale (punti di sosta, fonti, orti, luoghi di socialità). Il tracciato è usato per visite guidate, giornate della salute, camminate comunitarie e narrazioni intergenerazionali, con eventi culturali e soste enogastronomiche a filiera corta. In parallelo, l’area valorizza spot naturali come Sa Stiddiosa con programmazioni lente (trekking + musica al tramonto) per piccoli gruppi. Queste azioni integrano benessere, cultura e paesaggio, riducendo la pressione sui “punti caldi” costieri.
- “Longevity trips” curati da operatori locali. Operatori sardi e specializzati in turismo esperienziale hanno messo a catalogo longevity tours in Ogliastra: trekking soft tra paesi della Blue Zone, laboratori di cucina (pane carasau, minestrone di legumi, formaggi ovini), incontri con anziani custodi di saperi, pratiche quotidiane (orto, raccolta erbe), pasti comunitari e serate di canti a tenore. La logica è “vivere come un locale per qualche giorno”, più che consumare attrazioni. Questi pacchetti—prenotabili online—si rivolgono a micro-gruppi e lavorano su tre leve: lentezza, socialità, alimentazione mediterranea povera.
Entrambe le pratiche favoriscono una dispersione spaziale (tra borghi interni) e temporale (fuori alta stagione), con ticket e capienze ridotte, e generano spesa diffusa (guide locali, piccole cucine, case dell’ospitalità).

Questo articolo è tratto dal “Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025”.




