El Bulli: da tempio internazionale della gastronomia a hub dedicato alla creatività gastronomica

Storia ed evoluzione di El Bulli, il luogo culto di Ferran Adrià dove il pensiero gastronomico si proietta verso nuovi paradigmi.

 

El Bulli, fino alla sua chiusura nel 2011, era uno dei templi internazionali della gastronomia contemporanea: tre stelle Michelin, riconoscimenti mondiali, e innovazioni formali e concettuali continue. Al momento della chiusura, Ferran Adrià, con Juli Soler e Albert Adrià, misero le basi per riconvertire quel luogo di ricerca in un centro permanente dedicato alla creatività gastronomica, alla diffusione del sapere e alla preservazione del lascito di El Bulli.

 

Il progetto oggi prende forma in elBulli1846 (il nome “1846” richiama il numero delle ricette/dish che furono create durante la storia del ristorante) come sede museale, centro espositivo, spazio di laboratorio e polo di ricerca. Vi è inoltre il progetto  LABulligrafía, destinato a essere l’archivio-museo del patrimonio materiale e immateriale del ristorante, con sede prevista a Barcellona (o L’Hospitalet) per rendere accessibile e sistematizzata la documentazione di El Bulli.

 

El Bulli subsistema creativo

 

In tale prospettiva, l’obiettivo non è semplicemente “musealizzare” un ristorante iconico, ma attivare un polo generativo permanente. La Fondazione non si limita a celebrare un passato, ma cerca di proiettare il pensiero gastronomico verso nuovi paradigmi.

 

ll metodo Sapiens: concentrare, far dialogare, generare conoscenza

 

Al cuore del progetto della fondazione c’è la metodologia Sapiens, concepita come un approccio epistemologico e operativo alla gastronomia:

  1. Delimitazione del dominio — scegliere un oggetto concreto (un prodotto, un tema, un processo) da studiare.
  2. Generazione di conoscenza — raccogliere, classificare, comparare dati, discipline, interpretazioni storiche e contesti.
  3. Sintesi e applicazione — produrre nuove forme, relazioni, interpretazioni, progetti concreti.

 

Sapiens non è un metodo specialistico limitato alla cucina: è concepito come olistica, capace di mettere in relazione scienze naturali, storia, linguistica, antropologia, design e gastronomia.  L’idea è che solo concentrando conoscenza multidisciplinare si possano generare innovazioni significative e sostenibili nel mondo del cibo.

El Bulli esterno

 

Un esempio concreto: “Sapiens del tomate”, volume che affronta il pomodoro da molteplici prospettive (etimologia, botanica, gastronomia, uso culinario, sistemi agronomici, industria, cultura popolare) secondo la metodologia Sapiens.  Allo stesso modo, vengono prodotti studi come “Sapiens of Food Delivery”, che applicano il metodo al canale emergente della consegna a domicilio nel contesto gastronomico.   E nel settore vino si è dato vita a “Wine Sapiens”, che riflette attraverso il metodo Sapiens sul vino, le sue categorizzazioni, ruoli storico-culturali e gastronomici.

 

In sostanza, Sapiens tenta di concentrare (cioè raccogliere e “verticalizzare” su un tema) tutti gli aspetti possibili relativi alla gastronomia — ingredienti, tecniche, cultura, scienza, economia, produzione — per fare emergere connessioni nascoste e aprire spazi di innovazione. Durante il percorso espositivo — che alterna ricostruzioni, installazioni multimediali, sezioni tematiche di ricerca e spazi di interazione — si avverte una tensione potente fra memoria e futuro. Non è semplicemente un “museo del gusto”, ma un dispositivo intellettuale che sollecita il visitatore a interrogarsi.

 

El Bulli interno

 

 

  • Spazio e architettura: la modulazione degli spazi fisici guida il visitatore da un’esperienza immersiva verso zone di lettura, approfondimento, visione panoramica. Il design stesso sembra pensato per tradurre metaforicamente il passaggio dalla cucina al pensiero.
  • Documentazione e trasparenza: è apprezzabile che molte sezioni espongano non solo successi, ma anche errori, tentativi e processi; questo allinea l’approccio con l’idea di un laboratorio in divenire.
  • Connessione interdisciplinare: in vari punti si intravedono richiami a discipline esterne alla gastronomia — biologia, storia, linguistica — che operano come “ponti” per attraversare il sapere.
  • Sfida della fruizione: non è un’esperienza “leggera” né esclusivamente estetica; richiede tempo, attenzione e curiosità.

 

Un modello per operatori e gourmet disposti a superare l’estetica del piatto

La Fondazione ha un potenziale enorme nel generare attrazione sia per gli addetti ai lavori (chef, ricercatori, studenti) sia per un pubblico consapevole che voglia andare oltre il “piatto spettacolo”. Il fatto che l’apertura museale sia periodica (alcuni mesi all’anno) aggiunge un’aura di esclusività e stimolo alla visita pianificata.

 

Sapiens si propone come il filo metodologico che consente di unire le parti: ricette e tecniche, scienze e storie, economia e cultura.

 

Questa fondazione attiva non un culto del passato, ma un motore per il futuro della gastronomia, un invito costante a studiare, collegare e innovare. E credo che, in un’epoca in cui molti territori si contendono il turismo enogastronomico, avere un polo così strutturato possa essere un modello di riferimento internazionale.