Sulle strade segrete del vino: La Turchia di Iter Vitis | Emanuela Panke – Itervitis

In Turchia, la vite non è semplicemente coltivata: è parte dell’anima del Paese, una radice profonda che intreccia civiltà, culti e memorie millenarie.

 

Già nelle pianure dell’Anatolia, molto prima della nascita delle città e dei regni, venivano raccolti i frutti della Vitis vinifera sylvestris per essere fermentati, dando origine a una bevanda destinata a diventare parte della civilizzazione e dell’identità europea. Le tracce archeologiche – semi carbonizzati, anfore rituali, residui di fermentazione risalenti a oltre settemila anni fa – raccontano che tra il Caucaso, la Mesopotamia e il Mediterraneo il vino non fu soltanto un prodotto, ma un simbolo di sacralità. Gli Ittiti ne regolavano il commercio, i Frigi lo associavano all’estasi rituale, i Greci e i Romani ne diffusero le tecniche di coltivazione, mentre i monaci bizantini lo custodirono come sapere di fede.

 

Anche nei secoli ottomani, la vite sopravvisse nei giardini delle famiglie armene e greche, nei monasteri siriaci e nei campi dei contadini musulmani, coltivata per l’uva passa o la melassa, ma sempre con la consapevolezza del suo valore sacro e identitario. Oggi questa continuità millenaria si rinnova attraverso Iter Vitis – Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa, che con Iter Vitis Turkey restituisce alla Turchia la sua dimensione di ponte tra Oriente e Occidente. Iter Vitis collega i luoghi dove la vite è storia e identità, proponendo l’enoturismo come forma autentica di turismo culturale, capace di unire comunità, paesaggi e conoscenze. Senza dimenticare il giacimento patrimoniale ampelografico, infatti, con oltre 1.200 varietà autoctone, la Turchia è oggi uno dei Paesi più ricchi al mondo dal punto di vista ampelografico.

 

Vitigni come Bornova Misket, Narince, Kalecik Karası o Boğazkere non sono solo specie botaniche, ma archivi viventi di biodiversità e cultura.

 

Le università turche mappano da anni il DNA delle varietà indigene, rivelando parentele con vitigni balcanici e mediterranei, a conferma del ruolo dell’Anatolia come culla della viticoltura mondiale.

 

Viaggiare in Turchia attraverso le sue vie del vino, ancora molto segrete, è un modo nuovo per scoprire il Paese attraverso i suoi sapori e i suoi paesaggi: dalle cantine dell’Egeo ai monasteri dell’Anatolia, tra degustazioni, esperienze culturali e itinerari che uniscono storia e innovazione. Per ora stiamo lavorando su delle direttrici che attraversano il paese intero, per un invito al viaggio sulle vie del vino turche collezionando tematiche diverse ed egualmente appassionanti:

 

Teos e Seferihisar: Nell’antica città ionica di Teos, patria del culto di Dioniso, il vino era canto e poesia. Oggi, la Teos Vineyard Route del comune di Seferihisar restituisce vita a quella tradizione: cooperative familiari e gruppi di donne coltivano vitigni autoctoni come Bornova Misket (parente del Moscato Bianco), Foça Karası e Narince, unendo biodiversità, memoria e creatività. L’esperienza enoturistica qui è un percorso lento, fatto di incontri, degustazioni narrazioni del territorio.

 

Izmir, la finestra culturale dell’Egeo: Cosmopolita e mediterranea, Izmir ha intrecciato per secoli comunità greche, armene, ebraiche e turche, tutte legate dal filo della vite. Tra XIX e XX secolo i suoi vini Muscat e Misket raggiungevano Marsiglia e Trieste. Oggi la città vive una rinascita culturale e vitivinicola: cantine urbane, giovani produttori e chef ricreano un’identità fondata sull’autenticità e sul dialogo. Iter Vitis riconosce in Izmir un laboratorio di convivenza, dove il vino torna linguaggio di pace e creatività.

 

Deyrulzafaran, il vino dei monaci siriaci: Nella luce dorata della Mesopotamia sorge il meraviglioso monastero di Deyrulzafaran. Da quindici secoli i monaci siriaci coltivano antiche viti su terrazze di pietra, producendo un vino non commerciale ma spirituale: un “vino-simbolo”, frutto di un equilibrio tra fede, terra e tempo. Il monastero rappresenta oggi un custode di biodiversità culturale e un ponte tra tradizione monastica e sostenibilità contemporanea.

 

Cappadocia, dove la roccia respira vino: Nel cuore dell’Anatolia, la Cappadocia trasforma la geologia in cultura. Le sue rocce vulcaniche ospitano vitigni come Emir, Kalecik Karası e Öküzgözü. Le cantine scavate nella pietra mantengono la temperatura costante, custodendo un sapere antico e un fascino senza tempo. Qui l’enoturismo diventa viaggio sensoriale, un’esperienza che unisce natura e memoria.

 

Kilis e la frontiera sacra dell’uva Papas Karası: Nella Turchia meridionale, a pochi chilometri dalla Siria, le viti di Papas Karası crescono tra le rovine di Oylum Höyük, uno dei più antichi insediamenti dell’Anatolia. La vendemmia è ancora rito familiare, celebrato come atto di gratitudine verso la terra e le generazioni passate.

 

Oggi il Paese conta oltre 200 cantine attive e un numero crescente di produttori che investono in accoglienza, sostenibilità e valorizzazione delle varietà autoctone. L’enoturismo turco è ancora una risorsa poco conosciuta, ma con un potenziale enorme: grazie alla varietà dei paesaggi, alla ricchezza culturale e alla qualità crescente dei vini, la Turchia si prepara a diventare una delle destinazioni emergenti più interessanti del Mediterraneo per chi cerca esperienze autentiche e radicate nella storia.

 

Intervento tratto dal Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2025.