Cucina italiana patrimonio Unesco? Serve una strategia per “proteggere” un tesoro che si sta disperdendo

I dati sulle abitudini alimentari sono allarmanti. Solo il 6-8% degli italiani prepara settimanalmente pane e pasta fresca, mentre due su tre chiedono più servizi di delivery nel territorio. Tra i giovani cresce la distanza dalle pratiche culinarie tradizionali. Occorre investire in azioni educative e campagne culturali sui social, da TikTok a Instagram, per tramandare ricette e valori della cucina italiana.

Domani sera, mercoledì 10 dicembre, a Nuova Delhi si terrà la riunione del comitato intergovernativo dell’ Unesco che deciderà l’esito della candidatura della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità. Tutte le premesse sono favorevoli e l’auspicabile “buon esito” arriva in un momento cruciale per “alimentare” la diffusione della cultura della nostra cucina. I dati più recenti, infatti, mostrano che le pratiche domestiche che per decenni hanno costituito l’ossatura culturale del nostro Paese stanno cambiando rapidamente. Ad affermarlo è Roberta Garibaldi, componente del Comitato scientifico – presieduto dal prof. Massimo Montanari e promosso da La Cucina Italiana e dal suo direttore Maddalena Fossati con Fondazione Casa Artusi e Accademia Italiana della Cucina – che ha preparato il primo dossier per la candidatura a patrimonio Unesco.

 

“Nonostante oltre metà degli italiani dichiari di cucinare spesso ricette tipiche del territorio o della famiglia, la frequenza con cui vengono preparati piatti tradizionali si sta riducendo in modo significativo”, evidenzia Garibaldi, presidente di Aite-Associazione Italiana Turismo Enogastronomico e autrice da nove anni del Rapporto sul turismo enogastronomico. “È quindi urgente rafforzare l’educazione alimentare e la trasmissione culturale alle nuove generazioni, perché i dati evidenziati nel rapporto La cucina italiana: evoluzione degli acquisti, cambiamento dei consumi e nuovi modelli di socialità mettono in luce trasformazioni profonde e accelerate, che richiedono una riflessione sistemica sulle modalità con cui il patrimonio culinario viene trasmesso e praticato”.

 

Cucina italiana

 

SI INDEBOLISCONO LE ABITUDINI CULINARIE TRADIZIONALI

  • Le pratiche simbolo della cultura culinaria italiana – come pane fatto in casa, pasta fresca e pasta ripiena – sono oggi coltivate settimanalmente solo dal 6–8% del campione
  • Solo il 33% prepara almeno una volta alla settimana zuppe, minestre o piatti di legumi, un tempo ricette quotidiane preparate in quasi tutte le case italiane
  • Il 30% cucina regolarmente un risotto, mentre 7 italiani su 10 non lo fanno più con cadenza settimanale
  • Il 17–18% prepara almeno una volta alla settimana dolci o piatti elaborati di carne, attività che un tempo scandivano i ritmi delle famiglie e delle comunità.

Intanto, si avvicinano le festività e si torna maggiormente a cucinare, con pratiche culinarie legate all’identità e alla tradizione che rimangono sostanzialmente stabili nel tempo: resta centrale per il 56% degli intervistati la preparazione di ricette tipiche del luogo, accanto alla realizzazione di ricette tramandate dalla famiglia (56%) e di piatti tipici per i propri ospiti (49%).

 

VERSO SOLUZIONI PIU’ RAPIDE

In questo scenario, aumenta la propensione a soluzioni rapide, come i piatti pronti o il food delivery. E l’analisi per età rivela tendenze precise:

  • I giovani in età compresa tra 18 e 24 anni cucinano meno spesso piatti complessi o che richiedono preparazioni manuali.
  • Sempre i giovani 18-24 anni sono tra i più orientati ai piccoli negozi e ai mercati locali (41–45%), ma mostrano una minore continuità nella cucina domestica.
  • Il gruppo dei 25–44 anni è quello che ricorre più frequentemente al delivery (fino al 24% per i piatti pronti), segnale di stili di vita caratterizzati da tempi ridotti e preferenze per servizi convenience.
  • Gli over 65 mantengono invece livelli più alti di cucina domestica tradizionale; inoltre il 49% frequenta mercati di produttori e il 42% piccoli negozi.

 

Accanto alle differenze generazionali emergono nette differenze geografiche. Nel Sud e nelle Isole la prossimità resta centrale: 50% acquista nei mercati contadini (media 37%) e 48% nelle botteghe tradizionali (media 34%), con il valore più alto anche per il commercio equo (32%). Nord Ovest e Nord Est mostrano invece una minore prossimità e una maggiore propensione al delivery (fino al 17% per spesa e piatti pronti). Il Centro si colloca su livelli intermedi. Nel complesso emerge un Mezzogiorno radicato nei canali tradizionali e un Nord più orientato a soluzioni digitali.

 

Il quadro indica una progressiva diaspora culturale: la cucina italiana rimane amata, ma è meno praticata, soprattutto nelle generazioni più giovani, dove si afferma un nuovo paradigma alimentare alternato tra prodotti pronti, delivery e preparazioni domestiche semplificate.

 

Cucina Italiana2

 

GLI INTERVENTI STRATEGICI

È quindi urgente intervenire in chiave educativa, affinché l’auspicabile riconoscimento della cucina italiana come patrimonio Unesco possa costituire la base per un suo rilancio effettivo nella pratica quotidiana delle future generazioni, a tutela del patrimonio stesso e anche della salute dei consumatori, partendo dalle scuole e utilizzando i social network come luoghi di trasmissione culturale. “Questi dati – afferma Garibaldi – rendono evidente che la candidatura Unesco deve essere accompagnata da azioni concrete di tutela attiva, con tre direzioni prioritarie”.

 

– Introdurre stabilmente l’educazione alimentare nelle scuole. La scuola può diventare il nuovo spazio di trasmissione culturale, dove i giovani apprendono: a) tecniche di cucina di base; b) ricette tradizionali; c) valori legati alla sostenibilità e alla stagionalità; d) storia dei prodotti e dei territori. È un investimento culturale necessario per garantire continuità al patrimonio gastronomico italiano.

– Portare le ricette e i saperi tradizionali nei linguaggi dei giovani. I loro canali preferiti – TikTok, Instagram, YouTube – sono oggi il luogo dove si formano gusti, stili alimentari e identità culturali. Per questo, serve una strategia di comunicazione nazionale che: a) parli ai giovani con format brevi, creativi e coinvolgenti; b) valorizzi ricette, tecniche e prodotti italiani con contenuti autentici e narrativi; c) utilizzi creator e storyteller capaci di connettere la tradizione con il linguaggio contemporaneo.

 

La trasmissione del patrimonio non può limitarsi ai luoghi tradizionali della cultura: deve abitare i luoghi digitali dove vive la nuova generazione.

 

È inoltre importante creare una media room ed un ufficio stampa internazionale dedicato alla cucina italiana per accompagnare il risultato auspicato e le diverse iniziative di promozione internazionale attive, amplificandone la portata.

 

In conclusione, afferma Roberta Garibaldi: “La candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’umanità rappresenta un’occasione storica per riconoscerne il valore non solo culinario ma anche sociale, simbolico ed educativo. Per questo è urgente attivare una strategia nazionale che unisca educazione, comunicazione e coinvolgimento culturale, trasformando scuole e social media nei nuovi custodi della cucina italiana. Solo così la candidatura Unesco potrà tradursi in un reale processo di tutela e rigenerazione del nostro patrimonio gastronomico. Aspettiamo dunque l’esito del comitato intergovernativo di Nuova Delhi come riconoscimento di uno straordinario lavoro corale e come punto di partenza per un percorso culturale impegnativo ma necessario. Da parte mia, un ringraziamento speciale a Maddalena Fossati per aver dato avvio al progetto e per avermi coinvolto nel comitato scientifico che ha realizzato il dossier per la candidatura”.

 

A questo link è possibile scaricare il Rapporto completo.